una batteria dritta, un filo di synth e poi un altro, delle percussioni afro, ecco la terza frase di synth, poi entra la quarta e ancora la quinta poi ci si perde in questo mare sintetico prima che irrompa una voce assurda che nemmeno klaus nomi.
è l'incipit di with honey cream, primo pezzo di eight oh eight, il nuovo disco di black devil disco club. rapidamente, la storia. un misconosciuto disco del 1978 viene ripubblicato nel 2004 dalla rephlex di aphex twin. dietro il monicker c'è il francese bernard fevre, che approfitta delle riedizione per tornare sulle scene con 28 after. ed è una bella botta: sintetizzatori su sintetizzatori, voci che provengono dall'oltretomba, echi di moroder, colonne sonore di porno anni '70 e l'euro-disco che verrà. il tutto rigorosamente analogico, e anzi non si capisce se si tratti di materiale nuovo o dell'epoca. "parts of the melodies have been with me for years [...] sorry i cannot be more specific, for me it would be like describing how i make love to a woman — some things must remain private", spiega fevre a philip sherbourne. e d'altra parte perché chiarire il mistero quando è il responsabile di tanto buzz a tuo favore?
di certo non è solo il mistero a giocare a favore di fevre, che dal ritorno di 28 after non si è più fermato. un fenomenale disco di remix dub, un paio di singoli e remix, e infine questo nuovo album. che ovviamente suona sempre datato e ultramoderno al tempo stesso. non si tratta di archeologia musicale, né di retrofuturismo, né tantomeno di modernariato. solo qualcosa che si attacca ai timpani e non togli via nemmeno con il napalm.
Io quando viaggio per la musica sono abituato che guido io o al massimo gli mollo la macchina a DJ Enzo per qualche breve tratto di rettilineo, quindi quando siamo dovuti andare in Polonia io avevo fatto il calcolo secondo i miei ritmi e avevo stimato un Torino-Cracovia dieci ore da casello a casello comprensivo di sosta all’autogrill di Salisburgo ovest. Invece di ore ce ne abbiamo messe dodici. Per arrivare a Udine. E io mi ero già rotto i coglioni all’altezza di Brandizzo, quindi figurarsi com’ero ventisette ore dopo quando siamo arrivati alla stazione di Cracovia. Mi ero anche portato dietro dei giornali da leggere ma per colpa che il giorno prima avevamo pareggiato in casa col Cagliari mi veniva il nervoso ogni volta che provavo ad aprirli. Poi ci siamo fermati col pullman in un cesso di posto vicino a Milano, anzi era un posto talmente grigio e inospitale e popolato da della gente talmente scontrosa che mi sa era proprio Milano. E allora in questo posto abbiamo imbarcato su i Meganoidi, che loro suonavano la sera dopo di noi. In mezzo ai Meganoidi c’era Il Ruvido, il tour manager proletario, un personaggio che avevamo già incontrato nel nostro peregrinare in occasione di una serata di merda a Tavagnasco che mettevamo i dischi dopo i Punkreas e la gente ci aveva insultato tutto il tempo. E appunto l’unica soddisfazione di quella serata lì era stata quando è venuto Il Ruvido in consolle a farmi i complimenti perchè avevo messo su Alternative Ulster degli Stiff Little Fingers. Niente, praticamente Enzo e Danilo hanno paccato perchè non gli hanno dato le ferie. Invece io che sono il capo di me stesso mi sono dato le ferie da solo e ho preso e son partito con Fabio. Come DJ c’era anche Patrick Di Stefano, dei tre l’unico DJ vero, che gli è toccato fare il viaggio con noi perchè aveva perso l’aereo e ha bestemmiato tutto il tempo fin quando non siamo collassati dentro le cuccette, nonostante il fastidio di certi ciellini vestiti da pagliacci che andavano in giro per il treno a suonare il flauto e cantare le canzoni dell’oratorio. Quando siamo arrivati a Cracovia mi sembra che siamo andati subito a bere, pilotati dal Ruvido che conosce tutti i bar d’Europa e se ne va in giro come se abitasse dappertutto, invece a me mi basta attraversare corso Regina che mi sento subito perduto. Mia nonna quando siamo partiti mi ha detto: Cracovia l’è nen al post antè ca la stava al papa? E io gli ho detto nonna guarda io non son tanto pratico di papi, infatti ho attaccato a bestemmiare quasi subito quando ho visto che non mi funzionava il bancomat (no, ma poi ho risolto, tranquilli). Dopo il bere siamo andati a ballare in un posto, posto nel quale non abbiamo peraltro osato ballare e abbiamo schifato il dancefloor peggio di un lazzaretto per colerosi dopo che abbiamo scoperto che ai polacchi gli piace la stessa musica che ci piaceva a noi quando andavamo a ballare la commerciale la domenica pomeriggio intorno al 1992 (a me mia mamma non mi ha mai lasciato andare, però dei miei amici mi raccontavano le canzoni. E mi raccontavano anche quanto duro si limonava. E io che rimanevo fuori dalla discoteca è andata a finire che la prima volta che ho limonato è stato il giorno che ho perso la verginità). Un altro grosso problema della Polonia sono le ragazze e il fatto che devi mandarle via a sprangate quando magari entri in un posto e ti piacerebbe startene lì tranquillo a bere loro incominciano a fissarti tutto il tempo per cercare di trascinarti in qualche posto a consumare un amplesso occasionale, credo sia per via del fatto che le ragazze polacche sono tutte fortemente consapevoli della loro bellezza mentre invece i maschi polacchi sono tutti tracagnotti rasati con la maglia dentro il pantaloni e vaffanculo se capiscono che il mercato dei tracagnotti rasati al momento non gira da nessuna parte, ma loro no, continuano a rasarsi e a stringersi la cintura intorno al maglione e allora capisci che a quel punto lì le ragazze lubrificano appena vedono un accenno di basetta. Il giorno dopo mettevamo i dischi nel locale di fianco che quando siamo arrivati era ancora vuoto. Essendo tre DJ ed essendo che dei tre il solo Patrick Di Stefano era un DJ degno di questo nome abbiamo dovuto organizzare i turni tipo il gioco delle tre carte per fare in modo che il minor numero di gente possibile capisse che io e Fabio eravamo due cialtroni. Quindi ho incominciato io a far danzare i granelli di polvere che popolavano la pista. Il padrone del locale, un tracagnotto rasato con gli occhiali, a cominciato a spaccare il cazzo a tempo di record. Venendomi a chiedere “more happiness music” mentre stavo passando i Digital Mystikz. Allora io ho messo su un altro pezzo dei Digital Mystikz e lui è venuto a dirmi di mettere qualcosa di ballabile. There is nobody, gli ho detto. They are coming, mi ha risposto. When?, gli chiedo. At ten o’clock, mi fa lui. E io: what time is it now? Ten o’clock, mi risponde. They are coming now. E abbassa gli occhi con la faccia di uno che non ha mai visto entrare nessuno nel suo locale ma è sempre estremamente fiducioso della svolta come in un dramma di Beckett. Io mi giro male e vado via, perchè va bene che sono abituato a mettere i dischi di fronte a una pista vuota, però il bello di quando non ti caga nessuno è che non devi subire simili limitazioni della tua libertà artistica. Lascio la consolle a Fabio che si caga il cazzo quasi subito e mentre vediamo entrare della gente passiamo saggiamente il timone a Patrick per provare a trattenere almeno quei quattro gatti. Poi invece è andata bene. Non so come sia successo perchè ero dietro a bere da qualche parte, però tempo due minuti si è riempito il locale e i ragazzini del treno si sono ritrovati tutti in pista a ballare come dei bastardi. Quando ho ripreso in mano il mixer è stato un tripudio, la serata più appagante della mia carriera, qualunque roba mettevo loro ballavano e mi urlavano e mi alzavano le mani al cielo e mi acclamavano. A un certo punto ho messo Mouth to Mouth e sono andati fuori di testa, non capivano più niente. Finchè nel bel mezzo del momento più bello della mia vita è ritornato il tracagnotto con gli occhiali, che per attaccare il microfono del vocalist ha staccato la presa che alimentava tutto l’impianto. Il locale è piombato dal delirio al silenzio e quando mi sono voltato per vedere cosa cazzo era successo il bastardo ci ha anche provato e l'ho beccato che guardava il soffitto con le mani dietro la schiena fingendo di chiedersi cosa cazzo era successo. E’ bastato un mio sguardo per strappargli dalle labbra un laconico “It is my fault”. Il viaggio alla ricerca del groove perduto è durato meno del previsto, visto che quella sera c’era la promozione della vodka alla ciliegia e la gente aveva finito per abusarne al punto da ballare qualunque cosa. La mia prima esperienza di convivenza con un vocalist è andata bene, era un ragazzino di Lecce che alternava dichiarazioni enfatiche al microfono del tipo “Vi faremo ballare tutta la notte!!!” per poi congedarsi due minuti dopo con un fuori onda nel quale mi confidava che lui andava a dormire perché era stanco. Allora ho ceduto il passo a Fabio e mi sono ferito una mano scendendo dalla consolle così il Ruvido mi ha insegnato a disinfettarmi con la vodka liscia. Quando sono tornato ho visto Fabio di fronte a una pista in delirio affiancato da delle cubiste sovrappeso che si agitava scompostamente facendo le corna al pubblico durante il remix di Standing in the way of control, un’immagine che rimarrà probabilmente incancellata nella mia mente. Quando sono andati via i ragazzini sono tornato per far ballare dei polacchi ubriachi tra cui ho riconosciuto il tracagnotto con gli occhiali che alla fine mi ha fatto anche i complimenti e allora l’ho perdonato. In finale di serata ho anche rimesso Mouth to Mouth ma questa volta soltanto per approfittare del suo interminabile minutaggio e andare a pisciare lasciando la consolle incustodita. Tempo che facciamo su baracca e burattini sono le quattro e due ore dopo io e Fabio ci alziamo per andare a prendere l’aereo. Quando apro gli occhi rifletto sul fatto che dovendo alzarmi così presto magari l'ultima vodka potevo anche risparmiarmela, ma il giorno che divento furbo sarà sempre troppo tardi.
Come contenuto multimediale non sarà esattamente il massimo della vita ma comunque qui trovare la scaletta della serata arbitrariamente ricostruita.
[video] big in polonia: i pezzi che oltrecortina scassano ancora
a me sono sempre piaciuti i synth, fin dai tempi della deejay parade. e più i synth sono grassi, più mi viene da godere. ora sarà che magari si va verso la brutta stagione, ma al momento l'algida minimal mi sta un po' stretta. d'altra parte mentre la temperatura cala verso lo zero, cosa c'è di meglio di passare una serata a casa, spaparanzati sul divano insieme a vitalic e ben protetti da un caldo synth?
anche a vitalic piacciono i synth, mi sa. e tanto. ce n'eravamo accorti già 2 anni fa con ok cowboy, ma casomai ci fossero rimasti dei dubbi, ecco arrivare tra capo e collo v live. il concetto di album dal vivo è estremamente rock già di per sè. vitalic lo estremizza: questo è un album rock, anche se le chitarre sembrano dei synth e i synth giocano a fare le chitarre, anzi, i chitarroni. che se il francese pelato non avesse imparato ad usare il laptop e le macchine, probabilmente suonerebbe in una band tipo i muse. tanto i muse mi infastidiscono, tuttavia, tanto vitalic mi esalta: tutto è eccessivo, tutto è giocato sull'addizione. massimalismo techno in piena, pause che aizzano la folla, cassa che quando riparte tenta di devastarti tutto il sistema uditivo e anche qualcosa di più.
ovvero come far convivere in un solo post indiepop, indiepop intamarrito e serie tv ammeregane, che ai blogger ci piacciono tanto (meglio se in lingua originale).
Wetting the dancefloor (WPA @ Taurus - Photo by GG Garella)
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